Mare

Mi manchi assai ormai da anni; quest’estate però mi manchi decisamente di più.

Mi mancano il tuo colore e il tuo profumo, la tua forza vitale e la tua calma, il tuo sapore e il tuo respiro, sia quando esso è lento e profondo, simile ad un sussurro, sia quando è aspro e tumultuoso, ma soprattutto mi manca il tuo abbraccio.

Poi mi manca osservarti ed ascoltarti di notte; mi manca il saperti vicino anche se non ti vedo; mi mancano le tue scintille sotto il sole; mi manca sentir le cicale in un pomeriggio caldo nell’entroterra ligure; mi manca il calpestare gli aghi dei pini che vicino a te vivono mentre godo del loro profumo, e mi manca la magia delle serate d’estate passate sotto il tuo sguardo.

“La nostalgia è un dolore limpido e pulito, ma urgente; pervade tutti i minuti della giornata, non concede altri pensieri, e spinge alle evasioni”.* Per questo mi colpisce nell’animo e mi ricorda il dolore, mi afferra forte e decisa, soprattutto per te. Infatti, “se è infelice l’innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore, mille volte è più infelice chi questo sapore gustò appena e poi gli fu negato”.**

* Primo Levi, La tregua, Einaudi

** Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, Oscar Mondadori

Dedicato ad Oscar

Da bambino, intorno agli otto nove anni, accadeva talvolta che verso l’ora di cena mio padre sintonizzasse la televisione su un canale svizzero che trasmetteva frammenti di concerti di quello che per me prima di tutto era un signore di colore dalla corporatura imponente, dal viso calmo e buono e dalle dita velocissime, il cui il nome non mancava di echeggiare spesso in casa mia per via della grande passione di mio padre per il jazz: Oscar Peterson.

Quel pianista che più tardi conobbi come una vera e propria leggenda del jazz stesso, e la cui musica già conoscevo all’epoca per i brani riprodotti da vinili e musicassette in casa ed in auto, alla tv mi affascinava per quella sua espressione bonaria e tranquilla che si fondeva irrimediabilmente con quelle magnifiche e spesso folgoranti melodie che sgorgavano dall’immenso piano che gli stava di fronte; sedevo di fianco a mio padre e lasciavo che quella musica mi riempisse tutto, godendo di quella straordinaria sensazione di vividezza che mi dava.
Attendevo poi la fine del brano per vedere il musicista ringraziare il suo pubblico, con quel suo gesto così caratteristico di unire le palme delle grandi mani di fronte al viso chinando un poco la testa.

In questi giorni assai duri per me rivado a quei ricordi di bambino e a quelle note che non mi stancherò mai di ascoltare.

La mia estate

L’estate è la stagione della vita.

La stagione in cui il cuore del sole pare pulsare più forte; la stagione in cui la natura mostra più orgogliosa che mai le sue meraviglie come un pavone con la sua ruota; la stagione in cui le serate e le brevi notti acquistano una loro magia particolare e si riempiono di mille promesse e attese vivide e vitali che impregnano l’aria, e di mille sentieri da esplorare; la stagione in cui ogni amore è più vivo, ogni passione più intensa, ogni desiderio meno lontano e in cui ad ogni alba pare nascere una nuova promessa di vita, una nuova esistenza che attende chi la vuol cogliere per rinnovare se stesso, la propria anima.

Ma purtroppo non per me. Non più. L’estate è divenuta per me la stagione nella quale la nostalgia per tutto ciò che mi è stato ingiustamente sottratto si fa sentire più forte e pressante, ricoprendo e permeando il mio il cuore di una malinconia fatta di una coltre spessa e sdegnosa che di frequente mi toglie il respiro; mi pare così di essere immerso in un miele amaro così denso che quasi m’impedisce di muovermi, che rallenta i miei pensieri, che smorza ogni mia energia e mi lascia vinto e impotente. Il mio stesso corpo mi ha inconsapevolmente tradito dando una casa a questa malattia che mi colpisce e consuma ogni giorno; essa è sorda e del tutto indifferente ai sentimenti e alle sofferenze umane, si nutre della mia carne, si rafforza con il mio dolore, si ritempra con la mia frustrazione.

E così, in questi giorni caldi e assolati in cui il cielo è una tavola azzurra e immacolata, io percepisco più vivo il vuoto della Mia estate e non solo: il non poter più godere del profumo del mare e del suo abbraccio, della sabbia tiepida sotto i piedi nudi; il non poter più correre sotto un sole arrabbiato tra i campi di grano fino a non aver più fiato e col sudore caldo che mi ricopre la pelle, oppure sotto una pioggia gelida che riluce sull’asfalto; il non poter più guidare tra le dolci colline rese multicolori dal vento dell’autunno e il non poter più camminare tra le neve nei boschi spogli e silenziosi; il non poter più andare per il mondo, magari senza una meta fissa; il non poter più guardare al futuro se non con timore, con sospetto ed apprensione; ma, sopra tutto, il non poter disporre quasi più del mio corpo, il non poter amare.

Torino

Torino è la città in cui sono nato, la città vicino a cui abito, un luogo nel quale difficilmente potrei abitare, troppo assuefatto come ormai sono agli spazi liberi della campagna in cui da sempre vivo, ed è tuttavia la città che amo.

È un amore sbocciato e cresciuto con l’età, rafforzatosi via via con il trascorrere degli anni, con la mia maturazione intellettuale ed il raggiungimento dell’indipendenza, che mi hanno consentito di conoscere più a fondo questa città per me magnifica, di gustarne le innumerevoli bellezze, di scoprirne gli angoli più incantevoli, di viverne le intensissime notti e i delicati mattini, di godere della sua immensa e aristocratica classe e della sua genuina semplicità; il tutto cancellando i miei pregiudizi nei suoi confronti, preconcetti di bambino che in quel luogo vedeva qualcosa di buio e poco rassicurante.

Torino è una città quasi unica, con gli splendidi monti posti come custodi alle sue spalle, la serena pianura e la dolce collina che la accolgono, il largo fiume che l’attraversa; gli infiniti viali alberati posti a squadra l’uno con l’altro che regalano intensi scorci ad ogni angolo, le basse case del centro sovrastate dalla Mole, i magnifici e nobili palazzi. Tutto ciò mi ha sempre regalato un senso di piacere e di meraviglia assai intensi; porsi al centro della splendida Piazza Castello e ruotare il proprio sguardo per godere della vista di Palazzo Reale, poi di Palazzo Madama nei suoi due stili architettonici differenti, per poi gustare Via Po con al termine l’immensa Piazza Vittorio e la chiesa della Gran Madre e la collina come sfondo, e infine ruotare ancora un po’ per scorgere la stazione di Porta Nuova al fondo della ricca Via Roma, con Piazza San Carlo e i suoi splendidi portici.

Moltissimi sono i tesori di questa città che io amo, innumerevoli le emozioni che sa suscitare, pressoché infiniti gli angoli ospitali di questo abitato, di questo grande cuore pulsante che ogni volta che raggiungevo dalla collina mi pareva che bastasse allungare un braccio per poterlo reggere sul palmo della mia mano.