Flavio

Da quella dolorosissima domenica sono passati ormai più di vent’anni. Vent’anni. E’ davvero strano: sembra un’eternità, ma sembra anche ieri.

In quei giorni fu davvero difficile trovare risposte, a tutto; ed era difficile focalizzare il dolore, trattenere la rabbia. Di facile c’erano soltanto le lacrime, quelle che tutti piangemmo.

Pochissimo dopo capii che sicuramente meritavi di più da parte mia; io che, per un motivo che ancora oggi fatico a comprendere, trovavo spesso difficile aprirmi del tutto nei tuoi confronti.

Nessuno però potrà mai cancellare i momenti sereni e puliti passati insieme, le esperienze che comunemente abbiamo condiviso in un periodo che forse è il più bello della nostra vita, e che purtroppo tu hai solo potuto assaggiare.

Per tutto il resto parla il tuo sorriso, che di te tutto racconta e al quale nulla è necessario aggiungere.

Flavio

Bel ricordo

Da bambino, in tarda primavera, attendevo con trepidante voluttà e smania fanciullesca, il momento in cui mio padre, mio padrino di cresima Beppe ed io saremmo discesi nella nostra cantina per la tiratura del vino, in quella che è per me è stata un’amorevole e protettiva tradizione per diversi anni. Percepisco ancora assai vividi il profumo di umido fresco della stanza, che si combinava con l’aroma del vino rosso, con il sentore caldo e asciutto dei tappi di sughero nel loro sacco di iuta, con la pungente e maschia fragranza del tabacco ormai bruciato e quasi freddo raccolto nel fornello della pipa di mio padrino. Rivedo noi tre vicini in quello spazio ristretto, sotto la debole luce, ognuno col suo compito, con le mani che via via si sporcavano e sapevano sempre più di vino, lavorare in silenzio per lunghi tratti. Io, con la mia camicia a quadri indosso, provavo un sentimento di pudico orgoglio, un’intimo e profondo appagamento che mi scaldava le guance, che mi riempiva il cuore, e che m’imprimeva vividamente nella memoria i singoli istanti di quella giornata, istanti che avrei richiamato a me la sera, con la testa sul cuscino e gli occhi chiusi, prima di farmi vincere da quella stanchezza così dolce.

La vita si nutre anche di bei ricordi, ma i miei purtroppo cominciano a sbiadire attaccati dallo scorrere del tempo; so che alcuni non periranno mai è mi consoleranno, scalderanno e sosterranno finché avrò vita, ma è assai frustrante possedere la consapevolezza di non poterne di aggiungerne di nuovi per gli che verranno.

Vita

Un mese fa circa; sono supino in un letto d’ospedale in medicina d’urgenza, ho una brutta polmonite, l’ennesima, non la peggiore. Ho la febbre piuttosto alta, la maschera dell’ossigeno sul viso e le flebo con gli antibiotici in alto sulla mia destra; sono letteralmente sfinito, senza la forza di muovere un dito, del tutto inerme e vuoto, non coricato ma completamente abbandonato sul letto, le gambe ormai scheletriche distese, le braccia lungo il corpo. Gli ultimi mesi mi hanno ulteriormente derubato di altre energie, la troia lavora incessantemente, ottusa ed insensibile, l’infezione ed il caldo stanno facendo il resto; ecco il perché della mia prostrazione. Fisso la parete grigio chiaro dinnanzi a me, cerco di notarne eventuali sfumature e mi pare di non vederne, poi rivolgo allo sguardo ai due armadietti posti l’uno accanto all’altro vicino alla finestra, sono alti e stretti e leggermente più chiari delle pareti; mi chiedo come sta l’uomo che mi ha preceduto nella sala visite del pronto soccorso qualche ora prima; il mio compagno di stanza si lamenta per un dolore alla gamba, scoprirò nei giorni successivi che si chiama come me ed è una brava persona. I minuti e le ore paiono non trascorrere più, il tempo sembra immerso in un liquido denso che ne blocca l’incedere e tutto ciò aumenta la mia sofferenza e la mia frustrazione; a dormire proprio non riesco, così elenco i film dei miei attori preferiti, i nomi di paesi che cominciano con una certa lettera, i titoli dei libri che ho letto sinora; ecco i miei banali aiuti di cui mi servo, ecco come cerco di reagire; per non soccombere rubo gli attimi, cerco di sfruttare ogni inezia per allontanare la mente da questo letto, come un carcerato si concentra sul gocciolio che suona da qualche prete nella sua cella. Gli unici momenti lieti sono le visite dei miei famigliari e quando spente tutte le luci mi appresto a dormire, perché un altro giorno è passato; se poi arriveranno gli incubi purtroppo non posso farci nulla, se non subire la loro aggressività nel terreno già così travagliato ed accidentato del mio inconscio.
La stanza è cambiata, ma il letto ed il reparto sono gli stessi, sono di nuovo qui, e da qui scrivo; la polmonite che sembrava risolta in realtà non lo era e si è ripresentata troncandomi il fiato e costringendomi a chiamare un’ambulanza che mi ha condotto in ospedale. Il caldo è feroce e questo peggiora assai le cose perché come già l’altra volta basta l’infezione a sfinirmi. Sento crescere e radicarsi in me una stanchezza morale come forse mai prima d’ora: una prostrazione che deriva dal non poterne più della sofferenza, della schifosa condizione di non poter pressapoco più disporre del mio corpo e soprattutto della mia vita, quest’ultima sempre più in balia delle altrui valutazioni, dal conseguente quasi annullamento della mia volontà, libera ormai di accedere quasi esclusivamente a decisioni irrilevanti o poco più, a briciole di un’esistenza che mi sfugge via dalle mani in modo costante, beffardo e farabutto; che deriva dal continuo dovermi adeguare, al dover vivere in un compromesso perenne e svilente e non di rado umiliante per un ragazzo che fin dalla nascita ha goduto di vigore, indipendenza e fervida spinta vitale e che talvolta di esse si è ubriacato in parossismi di pura ebbrezza di esistere, in impavidi orgasmi di aria, esperienze e amore, con la mente ad anni luce dall’immaginare la caduta, il disfacimento, il dolore, semplicemente ed ingenuamente incapace di prefigurare il tracollo e la prospettiva di un futuro inondato dalla sofferenza. Tra un mese circa saranno dieci anni di questa mia seconda esistenza, di cui più di venti mesi passati in un letto d’ospedale. Dieci anni: un’infinità di ore minuti secondi passati a pensare, a scomporre e ricomporre sensazioni, a sezionare l’essenza di ogni istante, a cercare di scrutare oltre e di capire, a guardarmi consumare fuori e dentro. Vani e quasi puerili tentativi di razionalizzare poiché in fondo non vi è nulla da comprendere: molto banalmente per chi lo subisce il dolore non ha nessun significato, non è portatore di alcun recondito messaggio, insegnamento o spunto di catarsi, di miglioramento. Al contrario col suo cieco e muto progredire abbrutisce, umilia e svilisce; ruba ove vi è da rubare, annichilisce le volontà, stupra gli animi più sensibili e spesso ha ragione anche di quelli più reattivi; è il sommo e chimico simbolo della nostra drammatica fragilità fisica, è il dispregio del destino verso la nostra sensibilità ed i nostri sogni, è la terra che brucia ove prima c’era floridezza, è il padre e la madre che piangono impotenti per il loro figlio, è in certi momenti vedersi riflessi in uno specchio e provare pena e pietà per se stessi.
Ecco, questa è la mia vita.