Vita

Un mese fa circa; sono supino in un letto d’ospedale in medicina d’urgenza, ho una brutta polmonite, l’ennesima, non la peggiore. Ho la febbre piuttosto alta, la maschera dell’ossigeno sul viso e le flebo con gli antibiotici in alto sulla mia destra; sono letteralmente sfinito, senza la forza di muovere un dito, del tutto inerme e vuoto, non coricato ma completamente abbandonato sul letto, le gambe ormai scheletriche distese, le braccia lungo il corpo. Gli ultimi mesi mi hanno ulteriormente derubato di altre energie, la troia lavora incessantemente, ottusa ed insensibile, l’infezione ed il caldo stanno facendo il resto; ecco il perché della mia prostrazione. Fisso la parete grigio chiaro dinnanzi a me, cerco di notarne eventuali sfumature e mi pare di non vederne, poi rivolgo allo sguardo ai due armadietti posti l’uno accanto all’altro vicino alla finestra, sono alti e stretti e leggermente più chiari delle pareti; mi chiedo come sta l’uomo che mi ha preceduto nella sala visite del pronto soccorso qualche ora prima; il mio compagno di stanza si lamenta per un dolore alla gamba, scoprirò nei giorni successivi che si chiama come me ed è una brava persona. I minuti e le ore paiono non trascorrere più, il tempo sembra immerso in un liquido denso che ne blocca l’incedere e tutto ciò aumenta la mia sofferenza e la mia frustrazione; a dormire proprio non riesco, così elenco i film dei miei attori preferiti, i nomi di paesi che cominciano con una certa lettera, i titoli dei libri che ho letto sinora; ecco i miei banali aiuti di cui mi servo, ecco come cerco di reagire; per non soccombere rubo gli attimi, cerco di sfruttare ogni inezia per allontanare la mente da questo letto, come un carcerato si concentra sul gocciolio che suona da qualche prete nella sua cella. Gli unici momenti lieti sono le visite dei miei famigliari e quando spente tutte le luci mi appresto a dormire, perché un altro giorno è passato; se poi arriveranno gli incubi purtroppo non posso farci nulla, se non subire la loro aggressività nel terreno già così travagliato ed accidentato del mio inconscio.
La stanza è cambiata, ma il letto ed il reparto sono gli stessi, sono di nuovo qui, e da qui scrivo; la polmonite che sembrava risolta in realtà non lo era e si è ripresentata troncandomi il fiato e costringendomi a chiamare un’ambulanza che mi ha condotto in ospedale. Il caldo è feroce e questo peggiora assai le cose perché come già l’altra volta basta l’infezione a sfinirmi. Sento crescere e radicarsi in me una stanchezza morale come forse mai prima d’ora: una prostrazione che deriva dal non poterne più della sofferenza, della schifosa condizione di non poter pressapoco più disporre del mio corpo e soprattutto della mia vita, quest’ultima sempre più in balia delle altrui valutazioni, dal conseguente quasi annullamento della mia volontà, libera ormai di accedere quasi esclusivamente a decisioni irrilevanti o poco più, a briciole di un’esistenza che mi sfugge via dalle mani in modo costante, beffardo e farabutto; che deriva dal continuo dovermi adeguare, al dover vivere in un compromesso perenne e svilente e non di rado umiliante per un ragazzo che fin dalla nascita ha goduto di vigore, indipendenza e fervida spinta vitale e che talvolta di esse si è ubriacato in parossismi di pura ebbrezza di esistere, in impavidi orgasmi di aria, esperienze e amore, con la mente ad anni luce dall’immaginare la caduta, il disfacimento, il dolore, semplicemente ed ingenuamente incapace di prefigurare il tracollo e la prospettiva di un futuro inondato dalla sofferenza. Tra un mese circa saranno dieci anni di questa mia seconda esistenza, di cui più di venti mesi passati in un letto d’ospedale. Dieci anni: un’infinità di ore minuti secondi passati a pensare, a scomporre e ricomporre sensazioni, a sezionare l’essenza di ogni istante, a cercare di scrutare oltre e di capire, a guardarmi consumare fuori e dentro. Vani e quasi puerili tentativi di razionalizzare poiché in fondo non vi è nulla da comprendere: molto banalmente per chi lo subisce il dolore non ha nessun significato, non è portatore di alcun recondito messaggio, insegnamento o spunto di catarsi, di miglioramento. Al contrario col suo cieco e muto progredire abbrutisce, umilia e svilisce; ruba ove vi è da rubare, annichilisce le volontà, stupra gli animi più sensibili e spesso ha ragione anche di quelli più reattivi; è il sommo e chimico simbolo della nostra drammatica fragilità fisica, è il dispregio del destino verso la nostra sensibilità ed i nostri sogni, è la terra che brucia ove prima c’era floridezza, è il padre e la madre che piangono impotenti per il loro figlio, è in certi momenti vedersi riflessi in uno specchio e provare pena e pietà per se stessi.
Ecco, questa è la mia vita.

12 Commenti

  1. Ciao claudiuzzo, leggo solo oggi questo tuo commento. Io so che c’è la puoi fare. Non so a guarire, ma sicuramente a conservar il tuo sguardo fiero, mai banale, mai umiliato. Tu puoi farcela ad andare oltre. Io ne sono sicuro. In fondo ti conosco bene. Io ne sono sicuro. Ora starai già spingendo lo sguardo un po più in là. Non mollare. Ce la puo fare. Hai tutto il nostro affetto. Ti abbracciò

  2. Claudio,
    che dirti? Quello che scrivi ha la saggezza e la profondità di tutto quello che è un Uomo. Noi ti siamo vicini, chi fisicamente, chi moralmente, e speriamo che per te questi momenti di difficoltà e sconforto siano rari … ed assieme cerchiamo di mantenere viva la Speranza ed il Sogno di una vita migliore, o almeno più semplice.

    Mi permetto di mandarti un abbraccio anche se non ci conosciamo “de visu” …

    • Claudio Torretta 19 agosto 2013 a 12:00

      Nicola, sono parole come le tue che sì, mi allietano e rinvigoriscono.
      Grazie, di cuore.

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  4. Caro Claudio,

    Non avevo letto questo tuo intervento quando lo hai scritto. Scrivi con una tale eleganza ed economia di mezzi, cogli l’essenza in maniera tale che un qualunque commento rischia di essere uno scarabocchio inutile se non fastidioso.
    Se la malattia ti piega e ti sopraffà, mostri comunque una forza morale ammirevole. Benché il dolore rinchiuda in oceani di solitudine nei quali basta una manciata di secondi per annegare, riesci a mantenere lo sguardo lontano, alla ricerca degli altri. Se anche ti è stato rubato il tuo futuro, riesci a vivere nel presente, alla ricerca delle minime note che lo rendono migliore, con un coraggio impensabile.

    Un grande abbraccio,

    D

    • Claudio Torretta 31 agosto 2013 a 15:44

      Carissimo Daniele, ho letto e riletto molte volte questo tuo commento, indeciso su come rispondere.
      Lo faccio ora, dicendoti che queste tue parole sono semplicemente splendide ed intrise di un significato per me importantissimo.
      Ecco, ecco che la grande opportunità che ho di poter sfruttare questo spazio virtuale raggiunge lo scopo, ed io incontro sensibilità come tee, Nicola e molti altri.
      Grazie.

  5. Caro Claudio,
    non ci conosciamo, ti leggo da qualche tempo e questa notte trovo la forza di dirti che quello che scrivi mi aiuta a vivere.
    Più di tanti libri, di tanti film, di tanti articoli di giornale.
    Sono grandicello (vado per i sessanta), ma ho ancora tanto da imparare.
    Grazie.

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  7. Leggere ora questo articolo mi ha lasciato senza fiato… Se solo il dolore si potesse distribuire tra le persone, son sicuro che qui su Tevac se ne sarebbero preso tutti un pezzettino. Non riesco più a trattenere il pianto…