La mia estate

L’estate è la stagione della vita.

La stagione in cui il cuore del sole pare pulsare più forte; la stagione in cui la natura mostra più orgogliosa che mai le sue meraviglie come un pavone con la sua ruota; la stagione in cui le serate e le brevi notti acquistano una loro magia particolare e si riempiono di mille promesse e attese vivide e vitali che impregnano l’aria, e di mille sentieri da esplorare; la stagione in cui ogni amore è più vivo, ogni passione più intensa, ogni desiderio meno lontano e in cui ad ogni alba pare nascere una nuova promessa di vita, una nuova esistenza che attende chi la vuol cogliere per rinnovare se stesso, la propria anima.

Ma purtroppo non per me. Non più. L’estate è divenuta per me la stagione nella quale la nostalgia per tutto ciò che mi è stato ingiustamente sottratto si fa sentire più forte e pressante, ricoprendo e permeando il mio il cuore di una malinconia fatta di una coltre spessa e sdegnosa che di frequente mi toglie il respiro; mi pare così di essere immerso in un miele amaro così denso che quasi m’impedisce di muovermi, che rallenta i miei pensieri, che smorza ogni mia energia e mi lascia vinto e impotente. Il mio stesso corpo mi ha inconsapevolmente tradito dando una casa a questa malattia che mi colpisce e consuma ogni giorno; essa è sorda e del tutto indifferente ai sentimenti e alle sofferenze umane, si nutre della mia carne, si rafforza con il mio dolore, si ritempra con la mia frustrazione.

E così, in questi giorni caldi e assolati in cui il cielo è una tavola azzurra e immacolata, io percepisco più vivo il vuoto della Mia estate e non solo: il non poter più godere del profumo del mare e del suo abbraccio, della sabbia tiepida sotto i piedi nudi; il non poter più correre sotto un sole arrabbiato tra i campi di grano fino a non aver più fiato e col sudore caldo che mi ricopre la pelle, oppure sotto una pioggia gelida che riluce sull’asfalto; il non poter più guidare tra le dolci colline rese multicolori dal vento dell’autunno e il non poter più camminare tra le neve nei boschi spogli e silenziosi; il non poter più andare per il mondo, magari senza una meta fissa; il non poter più guardare al futuro se non con timore, con sospetto ed apprensione; ma, sopra tutto, il non poter disporre quasi più del mio corpo, il non poter amare.

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