Addio

Nessuno, io men che meno, avrebbe voluto leggere in questo spazio alcuna altra cosa che la prosa di Claudio, raffinata nelle parole e nei sentimenti. Il blog di Tevac e diversi blog del Network di Tevac ne hanno scritto tempestivamente, eppure la triste notizia potrebbe essere sfuggita ad alcuni dei lettori di questo blog.

Da lungo tempo tormentato dalla MNGIE, la rara malattia genetica che aveva descritto in questa pagina del suo blog, Claudio Torretta è morto il 28 Dicembre 2013.

A questi indirizzi alcuni degli amici di Claudio hanno scritto e molti altri hanno detto la loro tristezza ed il loro dolore:

Nel ricordo di Claudio Torretta, la sua famiglia commossa e riconoscente ringrazia per l'affettuosa partecipazione. La Santa Messa di Trigesima verrà celebrata Sabato 25 Gennaio alle ore 18 nella chiesa parrocchiale di Santena.

Flavio

Da quella dolorosissima domenica sono passati ormai più di vent’anni. Vent’anni. E’ davvero strano: sembra un’eternità, ma sembra anche ieri.

In quei giorni fu davvero difficile trovare risposte, a tutto; ed era difficile focalizzare il dolore, trattenere la rabbia. Di facile c’erano soltanto le lacrime, quelle che tutti piangemmo.

Pochissimo dopo capii che sicuramente meritavi di più da parte mia; io che, per un motivo che ancora oggi fatico a comprendere, trovavo spesso difficile aprirmi del tutto nei tuoi confronti.

Nessuno però potrà mai cancellare i momenti sereni e puliti passati insieme, le esperienze che comunemente abbiamo condiviso in un periodo che forse è il più bello della nostra vita, e che purtroppo tu hai solo potuto assaggiare.

Per tutto il resto parla il tuo sorriso, che di te tutto racconta e al quale nulla è necessario aggiungere.

Flavio

Bel ricordo

Da bambino, in tarda primavera, attendevo con trepidante voluttà e smania fanciullesca, il momento in cui mio padre, mio padrino di cresima Beppe ed io saremmo discesi nella nostra cantina per la tiratura del vino, in quella che è per me è stata un’amorevole e protettiva tradizione per diversi anni. Percepisco ancora assai vividi il profumo di umido fresco della stanza, che si combinava con l’aroma del vino rosso, con il sentore caldo e asciutto dei tappi di sughero nel loro sacco di iuta, con la pungente e maschia fragranza del tabacco ormai bruciato e quasi freddo raccolto nel fornello della pipa di mio padrino. Rivedo noi tre vicini in quello spazio ristretto, sotto la debole luce, ognuno col suo compito, con le mani che via via si sporcavano e sapevano sempre più di vino, lavorare in silenzio per lunghi tratti. Io, con la mia camicia a quadri indosso, provavo un sentimento di pudico orgoglio, un’intimo e profondo appagamento che mi scaldava le guance, che mi riempiva il cuore, e che m’imprimeva vividamente nella memoria i singoli istanti di quella giornata, istanti che avrei richiamato a me la sera, con la testa sul cuscino e gli occhi chiusi, prima di farmi vincere da quella stanchezza così dolce.

La vita si nutre anche di bei ricordi, ma i miei purtroppo cominciano a sbiadire attaccati dallo scorrere del tempo; so che alcuni non periranno mai è mi consoleranno, scalderanno e sosterranno finché avrò vita, ma è assai frustrante possedere la consapevolezza di non poterne di aggiungerne di nuovi per gli che verranno.

Vita

Un mese fa circa; sono supino in un letto d’ospedale in medicina d’urgenza, ho una brutta polmonite, l’ennesima, non la peggiore. Ho la febbre piuttosto alta, la maschera dell’ossigeno sul viso e le flebo con gli antibiotici in alto sulla mia destra; sono letteralmente sfinito, senza la forza di muovere un dito, del tutto inerme e vuoto, non coricato ma completamente abbandonato sul letto, le gambe ormai scheletriche distese, le braccia lungo il corpo. Gli ultimi mesi mi hanno ulteriormente derubato di altre energie, la troia lavora incessantemente, ottusa ed insensibile, l’infezione ed il caldo stanno facendo il resto; ecco il perché della mia prostrazione. Fisso la parete grigio chiaro dinnanzi a me, cerco di notarne eventuali sfumature e mi pare di non vederne, poi rivolgo allo sguardo ai due armadietti posti l’uno accanto all’altro vicino alla finestra, sono alti e stretti e leggermente più chiari delle pareti; mi chiedo come sta l’uomo che mi ha preceduto nella sala visite del pronto soccorso qualche ora prima; il mio compagno di stanza si lamenta per un dolore alla gamba, scoprirò nei giorni successivi che si chiama come me ed è una brava persona. I minuti e le ore paiono non trascorrere più, il tempo sembra immerso in un liquido denso che ne blocca l’incedere e tutto ciò aumenta la mia sofferenza e la mia frustrazione; a dormire proprio non riesco, così elenco i film dei miei attori preferiti, i nomi di paesi che cominciano con una certa lettera, i titoli dei libri che ho letto sinora; ecco i miei banali aiuti di cui mi servo, ecco come cerco di reagire; per non soccombere rubo gli attimi, cerco di sfruttare ogni inezia per allontanare la mente da questo letto, come un carcerato si concentra sul gocciolio che suona da qualche prete nella sua cella. Gli unici momenti lieti sono le visite dei miei famigliari e quando spente tutte le luci mi appresto a dormire, perché un altro giorno è passato; se poi arriveranno gli incubi purtroppo non posso farci nulla, se non subire la loro aggressività nel terreno già così travagliato ed accidentato del mio inconscio.
La stanza è cambiata, ma il letto ed il reparto sono gli stessi, sono di nuovo qui, e da qui scrivo; la polmonite che sembrava risolta in realtà non lo era e si è ripresentata troncandomi il fiato e costringendomi a chiamare un’ambulanza che mi ha condotto in ospedale. Il caldo è feroce e questo peggiora assai le cose perché come già l’altra volta basta l’infezione a sfinirmi. Sento crescere e radicarsi in me una stanchezza morale come forse mai prima d’ora: una prostrazione che deriva dal non poterne più della sofferenza, della schifosa condizione di non poter pressapoco più disporre del mio corpo e soprattutto della mia vita, quest’ultima sempre più in balia delle altrui valutazioni, dal conseguente quasi annullamento della mia volontà, libera ormai di accedere quasi esclusivamente a decisioni irrilevanti o poco più, a briciole di un’esistenza che mi sfugge via dalle mani in modo costante, beffardo e farabutto; che deriva dal continuo dovermi adeguare, al dover vivere in un compromesso perenne e svilente e non di rado umiliante per un ragazzo che fin dalla nascita ha goduto di vigore, indipendenza e fervida spinta vitale e che talvolta di esse si è ubriacato in parossismi di pura ebbrezza di esistere, in impavidi orgasmi di aria, esperienze e amore, con la mente ad anni luce dall’immaginare la caduta, il disfacimento, il dolore, semplicemente ed ingenuamente incapace di prefigurare il tracollo e la prospettiva di un futuro inondato dalla sofferenza. Tra un mese circa saranno dieci anni di questa mia seconda esistenza, di cui più di venti mesi passati in un letto d’ospedale. Dieci anni: un’infinità di ore minuti secondi passati a pensare, a scomporre e ricomporre sensazioni, a sezionare l’essenza di ogni istante, a cercare di scrutare oltre e di capire, a guardarmi consumare fuori e dentro. Vani e quasi puerili tentativi di razionalizzare poiché in fondo non vi è nulla da comprendere: molto banalmente per chi lo subisce il dolore non ha nessun significato, non è portatore di alcun recondito messaggio, insegnamento o spunto di catarsi, di miglioramento. Al contrario col suo cieco e muto progredire abbrutisce, umilia e svilisce; ruba ove vi è da rubare, annichilisce le volontà, stupra gli animi più sensibili e spesso ha ragione anche di quelli più reattivi; è il sommo e chimico simbolo della nostra drammatica fragilità fisica, è il dispregio del destino verso la nostra sensibilità ed i nostri sogni, è la terra che brucia ove prima c’era floridezza, è il padre e la madre che piangono impotenti per il loro figlio, è in certi momenti vedersi riflessi in uno specchio e provare pena e pietà per se stessi.
Ecco, questa è la mia vita.

Mare

Mi manchi assai ormai da anni; quest’estate però mi manchi decisamente di più.

Mi mancano il tuo colore e il tuo profumo, la tua forza vitale e la tua calma, il tuo sapore e il tuo respiro, sia quando esso è lento e profondo, simile ad un sussurro, sia quando è aspro e tumultuoso, ma soprattutto mi manca il tuo abbraccio.

Poi mi manca osservarti ed ascoltarti di notte; mi manca il saperti vicino anche se non ti vedo; mi mancano le tue scintille sotto il sole; mi manca sentir le cicale in un pomeriggio caldo nell’entroterra ligure; mi manca il calpestare gli aghi dei pini che vicino a te vivono mentre godo del loro profumo, e mi manca la magia delle serate d’estate passate sotto il tuo sguardo.

“La nostalgia è un dolore limpido e pulito, ma urgente; pervade tutti i minuti della giornata, non concede altri pensieri, e spinge alle evasioni”.* Per questo mi colpisce nell’animo e mi ricorda il dolore, mi afferra forte e decisa, soprattutto per te. Infatti, “se è infelice l’innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore, mille volte è più infelice chi questo sapore gustò appena e poi gli fu negato”.**

* Primo Levi, La tregua, Einaudi

** Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, Oscar Mondadori

Dedicato ad Oscar

Da bambino, intorno agli otto nove anni, accadeva talvolta che verso l’ora di cena mio padre sintonizzasse la televisione su un canale svizzero che trasmetteva frammenti di concerti di quello che per me prima di tutto era un signore di colore dalla corporatura imponente, dal viso calmo e buono e dalle dita velocissime, il cui il nome non mancava di echeggiare spesso in casa mia per via della grande passione di mio padre per il jazz: Oscar Peterson.

Quel pianista che più tardi conobbi come una vera e propria leggenda del jazz stesso, e la cui musica già conoscevo all’epoca per i brani riprodotti da vinili e musicassette in casa ed in auto, alla tv mi affascinava per quella sua espressione bonaria e tranquilla che si fondeva irrimediabilmente con quelle magnifiche e spesso folgoranti melodie che sgorgavano dall’immenso piano che gli stava di fronte; sedevo di fianco a mio padre e lasciavo che quella musica mi riempisse tutto, godendo di quella straordinaria sensazione di vividezza che mi dava.
Attendevo poi la fine del brano per vedere il musicista ringraziare il suo pubblico, con quel suo gesto così caratteristico di unire le palme delle grandi mani di fronte al viso chinando un poco la testa.

In questi giorni assai duri per me rivado a quei ricordi di bambino e a quelle note che non mi stancherò mai di ascoltare.

La mia estate

L’estate è la stagione della vita.

La stagione in cui il cuore del sole pare pulsare più forte; la stagione in cui la natura mostra più orgogliosa che mai le sue meraviglie come un pavone con la sua ruota; la stagione in cui le serate e le brevi notti acquistano una loro magia particolare e si riempiono di mille promesse e attese vivide e vitali che impregnano l’aria, e di mille sentieri da esplorare; la stagione in cui ogni amore è più vivo, ogni passione più intensa, ogni desiderio meno lontano e in cui ad ogni alba pare nascere una nuova promessa di vita, una nuova esistenza che attende chi la vuol cogliere per rinnovare se stesso, la propria anima.

Ma purtroppo non per me. Non più. L’estate è divenuta per me la stagione nella quale la nostalgia per tutto ciò che mi è stato ingiustamente sottratto si fa sentire più forte e pressante, ricoprendo e permeando il mio il cuore di una malinconia fatta di una coltre spessa e sdegnosa che di frequente mi toglie il respiro; mi pare così di essere immerso in un miele amaro così denso che quasi m’impedisce di muovermi, che rallenta i miei pensieri, che smorza ogni mia energia e mi lascia vinto e impotente. Il mio stesso corpo mi ha inconsapevolmente tradito dando una casa a questa malattia che mi colpisce e consuma ogni giorno; essa è sorda e del tutto indifferente ai sentimenti e alle sofferenze umane, si nutre della mia carne, si rafforza con il mio dolore, si ritempra con la mia frustrazione.

E così, in questi giorni caldi e assolati in cui il cielo è una tavola azzurra e immacolata, io percepisco più vivo il vuoto della Mia estate e non solo: il non poter più godere del profumo del mare e del suo abbraccio, della sabbia tiepida sotto i piedi nudi; il non poter più correre sotto un sole arrabbiato tra i campi di grano fino a non aver più fiato e col sudore caldo che mi ricopre la pelle, oppure sotto una pioggia gelida che riluce sull’asfalto; il non poter più guidare tra le dolci colline rese multicolori dal vento dell’autunno e il non poter più camminare tra le neve nei boschi spogli e silenziosi; il non poter più andare per il mondo, magari senza una meta fissa; il non poter più guardare al futuro se non con timore, con sospetto ed apprensione; ma, sopra tutto, il non poter disporre quasi più del mio corpo, il non poter amare.

Torino

Torino è la città in cui sono nato, la città vicino a cui abito, un luogo nel quale difficilmente potrei abitare, troppo assuefatto come ormai sono agli spazi liberi della campagna in cui da sempre vivo, ed è tuttavia la città che amo.

È un amore sbocciato e cresciuto con l’età, rafforzatosi via via con il trascorrere degli anni, con la mia maturazione intellettuale ed il raggiungimento dell’indipendenza, che mi hanno consentito di conoscere più a fondo questa città per me magnifica, di gustarne le innumerevoli bellezze, di scoprirne gli angoli più incantevoli, di viverne le intensissime notti e i delicati mattini, di godere della sua immensa e aristocratica classe e della sua genuina semplicità; il tutto cancellando i miei pregiudizi nei suoi confronti, preconcetti di bambino che in quel luogo vedeva qualcosa di buio e poco rassicurante.

Torino è una città quasi unica, con gli splendidi monti posti come custodi alle sue spalle, la serena pianura e la dolce collina che la accolgono, il largo fiume che l’attraversa; gli infiniti viali alberati posti a squadra l’uno con l’altro che regalano intensi scorci ad ogni angolo, le basse case del centro sovrastate dalla Mole, i magnifici e nobili palazzi. Tutto ciò mi ha sempre regalato un senso di piacere e di meraviglia assai intensi; porsi al centro della splendida Piazza Castello e ruotare il proprio sguardo per godere della vista di Palazzo Reale, poi di Palazzo Madama nei suoi due stili architettonici differenti, per poi gustare Via Po con al termine l’immensa Piazza Vittorio e la chiesa della Gran Madre e la collina come sfondo, e infine ruotare ancora un po’ per scorgere la stazione di Porta Nuova al fondo della ricca Via Roma, con Piazza San Carlo e i suoi splendidi portici.

Moltissimi sono i tesori di questa città che io amo, innumerevoli le emozioni che sa suscitare, pressoché infiniti gli angoli ospitali di questo abitato, di questo grande cuore pulsante che ogni volta che raggiungevo dalla collina mi pareva che bastasse allungare un braccio per poterlo reggere sul palmo della mia mano.

Dignità e malattia

Una patologia altamente invalidante, specie se degenerativa, mina pesantemente ogni giorno la dignità di chi la subisce; seguendo un percorso altero, affatto sordo e pressoché incorruttibile il male erode la libertà fisica della persona privandola delle più basilari manifestazioni di quotidiana autosufficienza, le quali venendo a mancare lasciano dietro di sé un vuoto che si riempie di disagio e di patimento morale, finanche di vergogna; non poter più badare autonomamente alle proprie esigenze, specie a quelle più intime, è una prova assai ardua con cui confrontarsi. Chi in situazioni d così pesante disagio affronta la sofferenza riuscendo a mantenere intatto il proprio decoro merita a mio avviso il massimo rispetto possibile.

Ma oltre al dolore fisico, psicologico e morale, e alla privazione della propria autonomia, ciò che maggiormente può ledere la dignità di chi soffre è l’atteggiamento irriguardoso delle persone che ci circondano, soprattutto quando tale condotta proviene da coloro che per missione dovrebbero porre la tutela del malato grave, cioè di chi si trova in una sì pesante di condizione di svantaggio, al primo posto delle proprie priorità. Infatti, trovo sommamente abietta la mancanza di umiltà che talvolta caratterizza un medico o un infermiere quando costoro non ammettono un proprio errore che si ripercuote a danno del paziente; ed ancor più spregevole e vile è la condotta di quel professionista che avendo a trattare un caso assai raro lo sfrutta come cavia di laboratorio per aggiungere lustro al proprio nome, del tutto incurante o quasi delle condizioni reali di chi si trova di fronte.

Non è richiesto il pietismo, che considero al pari di un insulto, né insincera partecipazione, ma correttezza e rispetto per la dignità, sempre.