Cinguettii reali e cinguettii virtuali

Un paio di mattine fa, dal davanzale della finestra del mio bagno, spalancata durante una momentanea vittoria del sole sulla pioggia, proveniva l’allegro e squillante cinguettio di qualche uccellino in particolare vena di comunicazione coi propri simili; ho interrotto lo scorrere dell’acqua e, appoggiata la testa allo schienale della mia poltrona e chiusi gli occhi, ho iniziato a godere di quel canto cristallino che mi pareva al contempo naturale e celestiale, cercando anche d’immaginarmi quale messaggio potesse contenere. In quegli istanti ero interamente percorso da una splendida sensazione di piacere e tranquillità che somigliava ad una bolla di completa ed intima felicità.

Oggi mio padre mi raccontava che lunedì, molto prima che l’alba arrivasse, in quel regno della somma fretta, dell’agitazione e del chiasso che sono i mercati generali dove da una vita intera egli svolge l’attività di famiglia, malgrado un momento di intenso lavoro, di caos e di problemi, era riuscito a sentire il canto vitale di alcuni uccellini che sostavano sui piccoli alberelli da poco chiomati posti nell’area attigua al nostro posteggio. Interrotto il discorso che stava facendo, si era messo in ascolto di quei cinguettii tanto convinti; come me, anche lui ne ha tratto subito piacere, sentendosi allargar l’anima e chetar la tensione, con la mente per qualche istante gradevolmente sgombra da ogni pensiero che non fosse il godere di quei suoni.

I cinguettii virtuali hanno una loro importanza, facilitano un certo tipo di comunicazione immediata e accorciano assai le distanze quasi azzerandole, ma i cinguettii reali entrano nel profondo del cuore di chi è disposto a cercarli e ad ascoltarli, curano lo spirito e ci rammentano l’assoluta bellezza della Natura e del Mondo che ci circonda.

Lettera ad un Uomo Vero

Invio idealmente queste righe a Rolando Bianchi, per cinque anni capitano e bandiera della mia squadra del cuore, il Toro. Stasera giocherà la sua ultima partita con la maglia granata, e per noi sarà una grande perdita, perché ancor prima che un campione, come ha dimostrato di essere con la sua bravura, vedremo andar via un Uomo Vero, merce così rara in questi tempi.

“Caro Rolando, mi chiamo Claudio e purtroppo da una decina d’anni soffro di una rara malattia degenerativa che mi ha privato di un mare di cose, tra le quali la gioia immensa di poter correre dietro un pallone, cosa che imparai a fare forse insieme ai miei primi passi. Ho sempre giocato; di fisico ero una mezza sega, ma dai piedi piuttosto buoni e soprattutto con una grinta che letteralmente mi faceva mangiar l’erba. La passione e l’amore per questo magnifico sport quella la troia però non è riuscita a portarmela via, anzi. In questo contesto, solo una maglia granata color del sangue poteva rappresentare la mia passione calcistica; una maglia che solo ad indossarla mi ha sempre fatto ingigantire il cuore, sentire più forte e pronto alla lotta, tanto in una partita di calcetto quanto in un letto d’ospedale, sì perché anche lì ho voluto a volte averla addosso. Se si vive la vita con passione, amandola con tutto se stessi, dando sempre il massimo e cercando di non risparmiarsi e di non mollare mai, anche nei momenti più bui, allora solo quel granata che da sempre ci contraddistingue può diventare davvero un simbolo, trasformarsi in una seconda pelle che porta con sè una forza incredibile. E questa non è retorica, ma qualcosa di Vero. Tu totalmente l’hai capito come pochi altri, e l’hai dimostrato in ogni singolo istante di questa tua avventura; l’hai compreso a fondo grazie alla Tua genuinità, al Tuo temperamento, al Tuo cuore immenso, al Tuo essere uomo Vero. Per questo vederTi segnare, vederTi correre verso le bandiere battendoti il pugno sul cuore col viso trasfigurato dalla passione, vederTi rincorrere senza sosta l’avversario, vederTi come un Toro scatenato in piedi su quel toro di cartapesta, tutto ciò ha rappresentato per me qualcosa che va ben oltre un momento di gioia. Ti assicuro che non esagero; per me quelle immagini, che sempre porterò nella mia mente e nel mio cuore, sono state scariche di energia pura, attimi in cui la malattia letteralmente spariva, istanti in cui la forza e la voglia di combattere mi riempivano, liberandomi dalle mie paure e dalla disperazione che spesso mi assalgono. Queste splendide, intensissime ed importantissime emozioni Mi hai regalato, e se anche non ci conosciamo di questo Ti sarò sempre grato. VederTi con un’altra maglia sarà una sofferenza, ma ad ogni tua rete esulterò sempre e comunque con Te, perché semplicemente mi sarà impossibile non farlo.

Grazie Rolando, grazie Capitano.”

Nuvole grigie

Tramite il mio occhio sul mondo, scorgo basse, piene, avvolgenti nuvole grigie che muovono con apparente lentezza e calcolata misura nel cielo avvicinando quest’ultimo alla terra, portando nel ventre il loro carico, celando l’orizzonte e vegliando sui tetti, sugli alberi, sulle strade. La pioggia sottile e fitta rende lucida ogni cosa e si fa sentire sopra il mio capo in scrosci altalenanti e sicuri.

La luce pigra e smorzata che ne deriva pare l’unica in grado di mostrare la vita nel modo più vero, avvolgendo senza riflessi e brutalità ogni cosa e rivelandone gli autentici colori e l’autentica essenza, in un’atmosfera intima e raccolta, permeata di tepore.

E tutto ciò ha effetto di balsamo sul mio spirito spesso così stanco e provato, lo cheta e ristora infondendogli placido calore, tranquilla i miei sensi e per un poco allontana le mie paure e le mie ansie, mi riscalda il cuore.

E la vita prosegue, attendendo che giunga di nuovo il sole, fonte di vita.

Quando il silicio aiuta chi soffre

Sempre più medici in corsia sfruttano la rete e le ultime evoluzioni di smartphone e tablet durante le proprie visite per cercare di garantire una diagnosi più precisa e una maggiore efficacia della cura riducendo altresì il rischio di errore umano.

Ed un nuovo tablet può aiutare grandemente a combattere la dislessia nei bambini, le creature che meno di tutte a questo mondo dovrebbero conoscere la sofferenza.

Leggere

Non solo è uno dei maggiori piaceri della mia esistenza, ma, col passare degli anni ed il manifestarsi del mio destino, la lettura è divenuta per me un’esigenza fisiologica, un bisogno oserei dire primario che quando viene a mancare rende assai più difficile le mie giornate, più foschi i miei pensieri, più triste il mio animo, già così stanco.

Tenere un libro tra le mani, scorrere una ad una le parole, talvolta in modo riflessivo, talvolta con furore, passare di riga in riga e di pagina in pagina, penetrare nella storia ed avvolgermi dei destini, dei pensieri e dei sentimenti dei personaggi; tutto ciò mi reca un piacere immenso, trasporta la mia mente oltre lontanissimi confini, mi libera il cuore e regala emozioni, affina la mia capacità critica permettendomi di comprendere meglio il mondo intorno a me, mi insegna ad ascoltare.

Seduto sul letto ed osservando i miei libri trovo conforto al mio dolore; essi scaldano il mio animo, mi tranquillano, grazie a loro non mi sento mai solo. Soprattutto, attraverso di essi vedo la vita in tutta la sua interezza, giacché loro parlano di speranza e disperazione, di vittorie e sconfitte, parlano della miseria e della grandezza, raccontano di amore, di odio, di inganni, cadute e redenzioni. Rappresentano l’Uomo.

Ora possiamo portare con noi migliaia di libri in un dispositivo poco più grande di un quaderno adattando la lettura alle nostre esigenze, ma io mai abbandonerò il piacere della vista di quei libri e dei loro colori, né quello di sfogliar le pagine anche se con fatica, e, sopra ogni altro, quello di godere del profumo delle pagine.

Amici miei

Sono fortunato, anzi, sono assai fortunato, perché oltre a far parte di una splendida famiglia ho incontrato sul cammino della mia vita alcune magnifiche persone che sento legate a me da un rapporto fraterno, persone verso le quali provo una sintonia e una comunanza d’essere che indipendentemente dai nostri destini so durerà in eterno e che è energia pura; una merce tanto rara quanto preziosa che mi fa sostenere che poche altre fortune sono ad essa paragonabile.

Queste persone sono i miei Amici.

Magnifici ragazzi che i banchi di scuola ed altre circostanze hanno fatto conoscere tra loro e che si sono uniti fino a formare un’unica entità, un solo fronte compatto unito da una forza impossibile da estinguere. Con loro sono cresciuto fisicamente ed interiormente, ho imparato a scoprire il mondo e la vita, ho condiviso enormi felicità, ho spartito intensi dolori.

Ora, le loro vite, i loro successi personali e nel lavoro, la loro emozione nel diventare mariti e padri, sono per me tra le gioie più grandi nonché il mio modo di riscattarmi del destino che mi è proprio, in quanto nei loro traguardi ho la presunzione di pensare che vi sia qualcosa di me, qualcosa che li ha aiutati e sorretti, che gli ha migliorati. Per questo e grazie a loro una parte di me continua ad esistere nel mondo, lontano dalla malattia.

Da loro ho ricevuto, ricevo e so che sempre riceverò un sostegno diretto e del tutto incondizionato, un sostegno che mi rende orgoglioso di potermi dire persona a loro cara, un supporto che spesso riesce a rendere la mia esistenza assai meno penosa e che vale e aiuta più di mille farmaci.

La Rete

Non posso più andare per il mondo, scoprirne le meraviglie, le culture e le genti, ma la Rete mi consente di essere nel mondo, quantomeno con la mente, e molto spesso con lo spirito; grazie ai fili della sua ormai sconfinata tela azzero la distanze e abbatto innumerevoli barriere, gestisco questo spazio virtuale per me così importante nel quale posso esprimere me stesso e ciò che provo, vedo i volti di amici lontani, così come continuo a coltivare alcune delle mie passioni. Non solo: mi informo su ciò che avviene intorno a me e comunico con altri individui, sovente scoprendo ottime persone e splendide sensibilità; e poi continuo ad imparare, molte volte in merito a questioni che difficilmente avrei analizzato senza questo potente mezzo.

Non voglio esserne succube e non la idealizzo come un bene di cui non poter fare a meno, così come sono a conoscenza dei suoi innumerevoli lati oscuri, dell’utilizzo abietto e depravato che se ne può fare, tuttavia in questa mia seconda vita è divenuta una risorsa assai preziosa ed importante.

Preferisco stare scomodo

Gestire quotidianamente l’invalidità e le molteplici privazioni e difficoltà che essa determina  significa stabilire un rapporto estremamente soggettivo ed intimo con la malattia, o meglio, con la propria condizione di malato; ciò implica che ognuno affronta la propria disagiata situazione in modo particolare, in base al proprio temperamento, alla propria indole, alla propria sensibilità, alla propria concezione dell’esistenza.

Personalmente, nei confronti della patologia, preferisco stare “scomodo”: malgrado i gravi  problemi alle mani utilizzo delle posate normali, così come uno spazzolìno elettrico senza adattatori, una comune lametta da barba o un rasoio elettrico dei più diffusi; maglie di pile o giacche della tuta con la cerniera a zip e non con il velcro, come tastiera nessuna soluzione particolare con maschere o tasti distanziati ma la bellissima tastiera Apple, che preferisco ai riconoscimenti vocali di cui cerco il più possibile di non abusare.

Allo stesso modo, in casa mi sposto con una poltrona da ufficio con rotelle facendo forza con le gambe, o appoggiandomi a mio padre e camminando il più possibile; le scale per ora mi provano molto ma restano una sfida, diciamo così.

Tutto questo perché cercherò sempre di non abituarmi ad una condizione che malgrado le poche speranze vedrò sempre come reversibile; rifiuterò sempre di assuefarmi alla malattia e di sottostare prono alle sue regole e al suo dispotismo; per questo favorisco la fatica nel compiere le cose e la rabbia che spesso ne scaturisce per via delle menomazioni, perché tutto ciò mi fa sentire vivo e reattivo e mi ripaga, alla riuscita dell’azione, di una soddisfazione profonda e avvolgente, che rinvigorisce il mio senso di appartenenza all’umanità e la coscienza di me stesso.

Io esisto perché resisto.

Come Albert Camus scrisse: “l’abitudine alla disperazione è peggio della disperazione stessa”*.

*La peste, Tascabili Bompiani

Piccolo grande piacere ritrovato

La qualità della vita può spesso dipendere anche da piccole abitudini, da gesti minuti che diventano parte integrante della nostra quotidianità, da una serie cioè di atti all’apparenza modesti e sovente ritenuti di poco conto, ma che una volta smarriti o divenuti impraticabili palesano tutto il loro peso e la loro importanza.

Per chi come il sottoscritto subisce la bruttezza e l’arroganza di una patologia assai invalidante con la quale deve quotidianamente confrontarsi, le perdite di piccoli gesti e piaceri sono ingenti e tale condizione diventa molto stressante nonché avvilente.

Nella fattispecie, la componente neurologica della malattia che mi abita mi ha reso quasi del tutto insensibili entrambe le mani, impedendomi di scrivere per mezzo di una penna o di una matita; da qualche anno ho dovuto dunque purtroppo rinunciare ad un passatempo a me molto gradito, ovvero alle parole crociate ed altri simili giochi di enigmistica.

Grazie però ad un nuovo “amico“, che già ha reso assai meno pesante il mio ultimo soggiorno in ospedale, ho ritrovato il piccolo, ma per me grande, piacere di potermi nuovamente cimentare nella risoluzione di schemi, giochi di parole e di logica, ricerca di errori e quant’altro; insomma, un’ulteriore soluzione per svariare gradevolmente la mente, allontanarla dal male e sentirsi un po’ più normali.

Gli Ultimi

Chi sono gli Ultimi? Sono i più deboli, ovvero i malati che trascorrono gran parte della loro esistenza, se non tutta, nella sofferenza fisica e morale, sono coloro che vivono ai margini della società, che magari han perso la loro prima vita per errori commessi o per destino e che i “normali” osservano con biasimo ipocrita e allontanano il più possibile da sé quasi temendone un qualche contagio; sono i maltrattati ed abusati di ambo i sessi, sono i poveri e gli indifesi; sono i dimenticati, sono le anime perse che per mille motivi vivono ogni giorno la disperazione.

Ovvero sono coloro che affrontano il viaggio della vita in una posizione di tremendo ed assoluto svantaggio.

Una società che non sa prendersi cura di costoro è una società fallita in partenza, poiché dimostra una quasi totale assenza di cultura e di civiltà. Non solo, è una società che dimentica la propria storia, che offende i propri martiri, che si abbrutisce ed impoverisce moralmente ogni giorno che passa.

In un periodo così particolare della nostra storia, in cui sempre più individui si trovano in difficoltà e diventano Ultimi a loro volta, rappresenterebbe una enorme vittoria vedere la società avvicinarsi ad essi per sorreggerli realmente, in concreto, senza orridi pietismi né retoriche compassioni.